L'omicidio di Garlasco.
L'estate scorsa ero in villeggiatura a Posillipo per fare i bagni di mare come all'inizio del Novecento quando ho sentito parlare per la prima volta dell'omicidio di Garlasco. Era un lunedì. La domenica, una giornata di metà agosto piena di sole, avevo fatto visita a una lontana cugina nel suo palazzo di San Giovanni a Teduccio, tutt'oggi tra le più belle ville del Miglio d'oro. A mezzogiorno Duccio era venuto a prendere me, Filippo e Carla guidando l'automobile a dieci miglia all'ora come una carrozza. Avevamo percorso il parco alberato che circonda le nostre case fino alla strada deserta in quel momento. Avevamo poi attraversato le Rampe Brancaccio e i Quartieri Spagnoli fermandoci al Gambrinus ad attendere, su preghiera della nostra ospite, una passeggera sconosciuta da imbarcare nella comitiva di quel dì di festa. Nel foyer i due uomini fremevano e intanto consumavano acqua minerale e caffé già zuccherato. Noi ragazze pensavamo al sorbetto di frutta che un abbronzato cameriere in papillon avrebbe portato a momenti dal laboratorio. Finalmente la nostra amica era arrivata ed era brutta e pallida. Si chiamava Isabella e pareva non avere mai visto la luce che in quell'occasione. Guardandola sott'occhi seduta accanto a me sul sedile posteriore, e tenendo pericolosamente la testa fuori dal finestrino per il tanfo, avevo rivisto uno di quei vecchi e polverosi appartamenti al piano nobile nei vicoli del ventre di Napoli. Da lì, da uno di quei luoghi senza tempo dove non si butta via niente e da secoli non si apre un'imposta, Isabella pareva cavata come un ragno dal buco. Comunque, arrivati a Villa Elena, ce ne eravamo presto dimenticati. Uscendo dagli spogliatoi e prima di tuffarci in piscina avevamo scoperto di essere tutti in qualche modo imparentati. Pareva in particolare che il trisavolo di Duccio avesse preso in moglie in seconde nozze la zia di una zia di Filippo, il quale aveva a sua volta una bisnonna in comune con Carla. Costei poi aveva sposato il fratello adottivo della defunta Elena che aveva ereditato la splendida villa vesuviana e l'aveva trasmessa ai suoi discendenti e quindi alla mia lontana cugina. In realtà, a vedere oltre queste sottigliezze, con quel palazzo ristrutturato dal Vanvitelli e circondato da un giardino di camelie del Seicento i nostri ospiti avevano ereditato ben altro che una fortuna e, semmai, un destino. Ad afferrare il concetto, suggerito da Filippo, mi era bastato osservare le ciabatte, di quelle in plastica traforata non più in voga da decenni, con cui la giovane Elena ci aveva accolto. «Nessuno in Italia è tanto povero da portare ancora quelle ciabatte», avevo detto a mezza bocca. «Almeno che non possieda tutto questo», aveva replicato Filippo. Più tardi, dopo avere fatto colazione con la pasta al forno e i peperoni in una distesa di agapanthus, passeggiavamo fino allo stagno e, braccati dalle zanzare, raggiungevamo un passaggio segreto ma non potevamo proseguire oltre. Carla chiedeva invano di visitare la cappella, i saloni, i salottini e il belvedere del primo e del secondo piano sentendosi rispondere, candidamente, che erano chiusi in questa stagione. Stavo là col naso all'insù a misurare, sulle spalle di una famiglia che non a caso non aveva mai esercitato alcuna professione, il peso di quelle stanze tempestate di maioliche istoriate e serrate al mondo con una lunga chiave d'ottone quando, dietro una dissolvenza, era riapparsa Isabella, bianca come il trapasso e avvolta nel suo misero asciugamano da toletta. Erano ormai le sette. Nell'ingresso Filippo e Duccio stavano facendo il baciamano a un paio di zie centenarie. Salutavo dunque mia cugina promettendo di tornare a Villa Elena l'inverno prossimo. Lungo Via Marina facevo un'altra scoperta. Duccio conosceva Isabella dai tempi del ginnasio ma lo aveva taciuto per l'intera durata della nostra gita. A suo parere all'epoca era più graziosa anche se altrettanto, per usare un eufemismo, priva di verve. Con queste parole ci eravamo lasciati sorridendo davanti allo chalet di Carla, una vera e propria casa di montagna costruita a picco sul Cenito. Avevo infine percorso a piedi il viale che porta al terrazzo dal quale si accede discretamente alla villa di Filippo. Quella sera avevo guardato un film alla televisione. Si trattava dello Squalo di Stephen Spielberg. Fumavo una sigaretta via l'altra distesa sul letto di una delle camere affacciate sul mare, da dove potevo udire le piccole onde che si rompevano sulle rocce e intravedere un cielo sereno e senza luna. Lo squalo, dopo essere salito sulla barca, stava divorando Quint. Filippo, sprofondato in una poltrona, fingeva di tremare per la paura. Di tanto in tanto una barca a vela tagliava silenziosamente il golfo. Anche Chiara Poggi, la ragazza trovata morta l'indomani in casa sua, stava guardando quelle scene raccapriccianti. Secondo la testimonianza di Alberto Stasi, il fidanzato, le stava guardando da sola mentre lui lì accanto studiava per la tesi di laurea che avrebbe dovuto consegnare da lì a qualche giorno. I lampi illuminavano il pavese. I tuoni, forse, impedivano di afferrare le poche battute della sceneggiatura. E tuttavia questi dettagli li avrei appresi soltanto nei giorni a venire, prima alla radio e poi in piedi davanti al giornalaio di Piazza Salvatore di Giacomo dove ogni mattina, dopo quella del delitto, presi l'abitudine di rifornirmi dei principali quotidiani per leggere avidamente le ultime notizie. Da allora in avanti i pomeriggi trascorsi sul molo a scrutare l'orizzonte non ebbero che un argomento. La giovane, tra le nove e le undici e trenta di lunedì tredici agosto, aveva aperto la porta in pigiama al suo assassino ed era stata colpita più volte al capo e al volto con un oggetto di metallo. I suoi genitori e il fratello minore erano partiti per le ferie. A trovare il cadavere alle quattordici era stato proprio il fidanzato che aveva passato lì la sera precedente e che al mattino aveva provato a chiamarla a vuoto più volte dalle nove e trenta. Quello che rendeva il giallo appassionante ai nostri occhi erano certamente i personaggi, giovani istruiti e di bell'aspetto, e lo sfondo di provincia classico di certa letteratura, così come l'apparente assenza del movente e l'ulteriore difficoltà dovuta al mancanto rinvenimento dell'arma del delitto. Ciò non significa che ognuno di noi non avesse una propria idea. Duccio, in particolare, dopo il funerale non aveva più dubbi. «Come è noto - informava seduto all'imbarcadero di Coroglio dove ogni sera facevamo il punto - l'ottanta per cento degli assassini fa un passo falso durante il funerale». A suo parere quell'Alberto che era andato via piangendo stretto in un golf mentre tutti gli altri erano a maniche corte, aveva senz'altro qualcosa da nascondere. Inutilmente Filippo lo invitava a stare ai fatti. «Stando ai fatti - argomentava - il ragazzo non aveva motivo di essere geloso di Chiara, né era legato a lei da alcun vincolo. Perché, dunque, ucciderla?». Duccio, allora, posava il suo mojito e scuoteva la testa. Per quanto mi riguarda avevo da subito avanzato l'ipotesi di qualcuno non ancora entrato nelle indagini e magari in possesso di un movente più valido di quello di Alberto. Carla, che non aveva mai visto di buon occhio le cugine, Paola e Stefania Cappa, le due gemelle che per avere diffuso un fotografia falsa che le ritraeva con Chiara erano presto diventate il principale bersaglio della stampa e dell'opinione pubblica, sembrava condividere questa ricostruzione. Unanimamente, invece, apprezzavamo l'atteggiamento cauto degli inquirenti che, contro una certa prassi della magistratura italiana, non erano ancora ricorsi alle manette allo scopo di procurarsi una pronta confessione. Passammo in questo modo il resto delle vacanze. La città durante la settimana di Ferragosto si svuotò, ma non del tutto. Se il lungomare di Mergellina era affollato di adulti e bambini in chiassosi costumi da bagno, dalle nostre parti capitava ancora di incrociare una Caracciolo dal caratteristico collo di cigno alla guida della sua utilitaria. Il venditore di meloni, poi, non aveva mai abbandonato la sua postazione di Capo Posillipo e fermava i rari passanti promettendo la dolcezza delle cassate siciliane per cinquanta centesimi al chilo.
L'estate scorsa ero in villeggiatura a Posillipo per fare i bagni di mare come all'inizio del Novecento quando ho sentito parlare per la prima volta dell'omicidio di Garlasco. Era un lunedì. La domenica, una giornata di metà agosto piena di sole, avevo fatto visita a una lontana cugina nel suo palazzo di San Giovanni a Teduccio, tutt'oggi tra le più belle ville del Miglio d'oro. A mezzogiorno Duccio era venuto a prendere me, Filippo e Carla guidando l'automobile a dieci miglia all'ora come una carrozza. Avevamo percorso il parco alberato che circonda le nostre case fino alla strada deserta in quel momento. Avevamo poi attraversato le Rampe Brancaccio e i Quartieri Spagnoli fermandoci al Gambrinus ad attendere, su preghiera della nostra ospite, una passeggera sconosciuta da imbarcare nella comitiva di quel dì di festa. Nel foyer i due uomini fremevano e intanto consumavano acqua minerale e caffé già zuccherato. Noi ragazze pensavamo al sorbetto di frutta che un abbronzato cameriere in papillon avrebbe portato a momenti dal laboratorio. Finalmente la nostra amica era arrivata ed era brutta e pallida. Si chiamava Isabella e pareva non avere mai visto la luce che in quell'occasione. Guardandola sott'occhi seduta accanto a me sul sedile posteriore, e tenendo pericolosamente la testa fuori dal finestrino per il tanfo, avevo rivisto uno di quei vecchi e polverosi appartamenti al piano nobile nei vicoli del ventre di Napoli. Da lì, da uno di quei luoghi senza tempo dove non si butta via niente e da secoli non si apre un'imposta, Isabella pareva cavata come un ragno dal buco. Comunque, arrivati a Villa Elena, ce ne eravamo presto dimenticati. Uscendo dagli spogliatoi e prima di tuffarci in piscina avevamo scoperto di essere tutti in qualche modo imparentati. Pareva in particolare che il trisavolo di Duccio avesse preso in moglie in seconde nozze la zia di una zia di Filippo, il quale aveva a sua volta una bisnonna in comune con Carla. Costei poi aveva sposato il fratello adottivo della defunta Elena che aveva ereditato la splendida villa vesuviana e l'aveva trasmessa ai suoi discendenti e quindi alla mia lontana cugina. In realtà, a vedere oltre queste sottigliezze, con quel palazzo ristrutturato dal Vanvitelli e circondato da un giardino di camelie del Seicento i nostri ospiti avevano ereditato ben altro che una fortuna e, semmai, un destino. Ad afferrare il concetto, suggerito da Filippo, mi era bastato osservare le ciabatte, di quelle in plastica traforata non più in voga da decenni, con cui la giovane Elena ci aveva accolto. «Nessuno in Italia è tanto povero da portare ancora quelle ciabatte», avevo detto a mezza bocca. «Almeno che non possieda tutto questo», aveva replicato Filippo. Più tardi, dopo avere fatto colazione con la pasta al forno e i peperoni in una distesa di agapanthus, passeggiavamo fino allo stagno e, braccati dalle zanzare, raggiungevamo un passaggio segreto ma non potevamo proseguire oltre. Carla chiedeva invano di visitare la cappella, i saloni, i salottini e il belvedere del primo e del secondo piano sentendosi rispondere, candidamente, che erano chiusi in questa stagione. Stavo là col naso all'insù a misurare, sulle spalle di una famiglia che non a caso non aveva mai esercitato alcuna professione, il peso di quelle stanze tempestate di maioliche istoriate e serrate al mondo con una lunga chiave d'ottone quando, dietro una dissolvenza, era riapparsa Isabella, bianca come il trapasso e avvolta nel suo misero asciugamano da toletta. Erano ormai le sette. Nell'ingresso Filippo e Duccio stavano facendo il baciamano a un paio di zie centenarie. Salutavo dunque mia cugina promettendo di tornare a Villa Elena l'inverno prossimo. Lungo Via Marina facevo un'altra scoperta. Duccio conosceva Isabella dai tempi del ginnasio ma lo aveva taciuto per l'intera durata della nostra gita. A suo parere all'epoca era più graziosa anche se altrettanto, per usare un eufemismo, priva di verve. Con queste parole ci eravamo lasciati sorridendo davanti allo chalet di Carla, una vera e propria casa di montagna costruita a picco sul Cenito. Avevo infine percorso a piedi il viale che porta al terrazzo dal quale si accede discretamente alla villa di Filippo. Quella sera avevo guardato un film alla televisione. Si trattava dello Squalo di Stephen Spielberg. Fumavo una sigaretta via l'altra distesa sul letto di una delle camere affacciate sul mare, da dove potevo udire le piccole onde che si rompevano sulle rocce e intravedere un cielo sereno e senza luna. Lo squalo, dopo essere salito sulla barca, stava divorando Quint. Filippo, sprofondato in una poltrona, fingeva di tremare per la paura. Di tanto in tanto una barca a vela tagliava silenziosamente il golfo. Anche Chiara Poggi, la ragazza trovata morta l'indomani in casa sua, stava guardando quelle scene raccapriccianti. Secondo la testimonianza di Alberto Stasi, il fidanzato, le stava guardando da sola mentre lui lì accanto studiava per la tesi di laurea che avrebbe dovuto consegnare da lì a qualche giorno. I lampi illuminavano il pavese. I tuoni, forse, impedivano di afferrare le poche battute della sceneggiatura. E tuttavia questi dettagli li avrei appresi soltanto nei giorni a venire, prima alla radio e poi in piedi davanti al giornalaio di Piazza Salvatore di Giacomo dove ogni mattina, dopo quella del delitto, presi l'abitudine di rifornirmi dei principali quotidiani per leggere avidamente le ultime notizie. Da allora in avanti i pomeriggi trascorsi sul molo a scrutare l'orizzonte non ebbero che un argomento. La giovane, tra le nove e le undici e trenta di lunedì tredici agosto, aveva aperto la porta in pigiama al suo assassino ed era stata colpita più volte al capo e al volto con un oggetto di metallo. I suoi genitori e il fratello minore erano partiti per le ferie. A trovare il cadavere alle quattordici era stato proprio il fidanzato che aveva passato lì la sera precedente e che al mattino aveva provato a chiamarla a vuoto più volte dalle nove e trenta. Quello che rendeva il giallo appassionante ai nostri occhi erano certamente i personaggi, giovani istruiti e di bell'aspetto, e lo sfondo di provincia classico di certa letteratura, così come l'apparente assenza del movente e l'ulteriore difficoltà dovuta al mancanto rinvenimento dell'arma del delitto. Ciò non significa che ognuno di noi non avesse una propria idea. Duccio, in particolare, dopo il funerale non aveva più dubbi. «Come è noto - informava seduto all'imbarcadero di Coroglio dove ogni sera facevamo il punto - l'ottanta per cento degli assassini fa un passo falso durante il funerale». A suo parere quell'Alberto che era andato via piangendo stretto in un golf mentre tutti gli altri erano a maniche corte, aveva senz'altro qualcosa da nascondere. Inutilmente Filippo lo invitava a stare ai fatti. «Stando ai fatti - argomentava - il ragazzo non aveva motivo di essere geloso di Chiara, né era legato a lei da alcun vincolo. Perché, dunque, ucciderla?». Duccio, allora, posava il suo mojito e scuoteva la testa. Per quanto mi riguarda avevo da subito avanzato l'ipotesi di qualcuno non ancora entrato nelle indagini e magari in possesso di un movente più valido di quello di Alberto. Carla, che non aveva mai visto di buon occhio le cugine, Paola e Stefania Cappa, le due gemelle che per avere diffuso un fotografia falsa che le ritraeva con Chiara erano presto diventate il principale bersaglio della stampa e dell'opinione pubblica, sembrava condividere questa ricostruzione. Unanimamente, invece, apprezzavamo l'atteggiamento cauto degli inquirenti che, contro una certa prassi della magistratura italiana, non erano ancora ricorsi alle manette allo scopo di procurarsi una pronta confessione. Passammo in questo modo il resto delle vacanze. La città durante la settimana di Ferragosto si svuotò, ma non del tutto. Se il lungomare di Mergellina era affollato di adulti e bambini in chiassosi costumi da bagno, dalle nostre parti capitava ancora di incrociare una Caracciolo dal caratteristico collo di cigno alla guida della sua utilitaria. Il venditore di meloni, poi, non aveva mai abbandonato la sua postazione di Capo Posillipo e fermava i rari passanti promettendo la dolcezza delle cassate siciliane per cinquanta centesimi al chilo.
Giancarlo De Cataldo propende per una sostanziale innocenza del fidanzato, per una posizione più particolare delle cugine, e non esclude, infine, l'eventualità di uno stalker.
Scritto da: ThePetunias | 23/08/07 a 15:59
Quando scrivi qui, è sempre una meraviglia.
Scritto da: Gaia | 23/08/07 a 18:58
Sono in fremente attesa del secondo episodio.
Scritto da: Smeerch | 23/08/07 a 18:59
Ieri Alberto, in quelle poche dichiarazioni che ha reso alla televisione, ha detto quello che avrei detto anch'io al suo posto se qualcuno di cui non ho idea avesse massacrato la mia fidanzata.
Scritto da: robba | 24/08/07 a 14:04
già zuccherato è l'unico modo civile di ordinare un caffè, in alcuni bar di napoli. (sento già di essere torbidamente affascinato da isabella)
Scritto da: resdimm | 24/08/07 a 19:07
attenzione, però, camelie dei seicento in italia? o forse ho girato male la frase?
Scritto da: anonimomichele | 24/08/07 a 19:43
attenzione, però, camelie dei seicento in italia? o forse ho girato male la frase?
Scritto da: anonimomichele | 24/08/07 a 19:43
La mia ospite, unico giardiniere del parco della grandezza di diversi campi da calcio, sostiene che, anche se in pochi lo sanno, a Napoli le camelie arrivarono ben prima dell'Ottocento e che ogni anno soltanto per questo riceve visite dal Giappone e da ogni altra parte del mondo. Io, magari ingenuamente, le ho creduto.
Scritto da: robba | 25/08/07 a 11:18
le voglio credere anch'io, allora! e da un momento all'altro la vedo partecipare ad una cerimonia del tè con giapponesi in abiti tradizionali. wow
Scritto da: an.mich. | 25/08/07 a 20:54
le voglio credere anch'io, allora! e da un momento all'altro la vedo partecipare ad una cerimonia del tè con giapponesi in abiti tradizionali. wow
Scritto da: an.mich. | 25/08/07 a 20:55
Di mio posso dire che le poche case bianche e i muri diruti di Valeggio, dove la famiglia di Chiara ha trovato rifugio nei giorni successivi al delitto, sono tra i luoghi più belli e perduti per sempre della Lomellina. Nei resti del torrione sforzesco, e nel pratone che divideva il risicatissimo borgo dalla risaia, alberga ora una colonia di pavoni ed aironi. Ricordo il paese, in quelle mattine in cui andavo cercando i compianti intagliati da Giovan Angelo Del Maino tra Castel San Giovanni e San Nazzaro de'Burgundi, ricordando che il mio trisavolo, un cavallante di Motta de'Conti, dunque dell'utlima striscia di Lomellina prima del Marchesato Paleologo, smarrito definitivamente tra due coltri spessissime di nebbia, divise solo dalla colonna di aria gravitante sopra la carreggiata. Era probabilmente di sabato, e nel cruscotto della macchina tenevo "Il mio vescovo e le animalesse" e il "Viaggio in Pavia" di monsignor Cesare Angelini, il rettore del Collegio Borromeo celebre per le sue frequentazioni vociane e per gli studi manzoniani. A pavia, tutti gli alti prelati fanno, nelle loro camere, un ottimo caffè. Il migliore me lo aveva offerto l'attuale vescovo, Giovanni Giudici, un mattino di luglio freddissimo di tanti anni fa a Cervinia, riconoscendo peraltro a Karl Marx, che chiamava affettuosamente Carletto, ottime doti di storico
Scritto da: fersen | 27/08/07 a 12:49
Ti ringrazio, hai reso davvero speciale la lettura di una ombrosa e tragica storia di nera e il racconto ancor più classico una Napoli che non mi stanco mai di rivivere purtroppo, ormai, solo attraverso la scrittura.
Scritto da: La_Sposa | 29/08/07 a 11:46
Perche' carla e' minuscola?
Scritto da: Ludmilla | 19/09/07 a 18:05
interessante
Scritto da: antonio | 27/09/07 a 21:56