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Streghe.
Settembre inoltrato, giornata di sole spazzata dal vento. Cammino tra luce e ombra per le solite stradine di Monti. Un passo dopo l'altro nelle ballerine di raso fino a un piccolo negozio, un posto a metà tra una sartoria teatrale e un rigattiere. Decido di entrare anche se sulla porta vedo la commessa, una che, per quanto ne so, è spesso di malumore. Sta fumando in piedi sulla soglia e si sbraccia discutendo ad alta voce con qualcuno alle sue spalle. E' una ragazza pallida e magra, il naso aquilino, l'aria di una studentessa di belle arti. Forse è la figlia della titolare, che al contrario è una donna gentile, magari è la figlia di un'amica. L'ultima volta ero nel camerino di prova quando ha cominciato a litigare al telefono. Sono stata dietro la tenda per un tempo infinito in attesa che mettesse giù. Non ho comprato nulla. Sono tornata a casa. Il suo malumore mi ha messo di malumore. Quando mi vede arrivare la commessa non mi riconosce. Continua a fumare e a sbracciarsi. Non si muove di un passo. Sono costretta a infilarmi tra lei e un manichino. Dentro mi imbatto in un ragazzo che se ne sta piegato su una poltroncina imbottita davanti al bancone di marmo con il bassorilievo di un gallo. Deve essere il suo ragazzo. In fondo stanno invece due clienti che commentano un abito estivo ancora in saldo. Dico: «Buonasera». Il ragazzo solleva il capo e ricambia il saluto. Le due clienti in fondo continuano a commentare l'abito. La ragazza alle mie spalle parla tra sé. «Buonasera? Non è mica sera...», osserva poi rivolta al ragazzo. Il ragazzo da parte sua guarda l'orologio e ribatte: «E' l'una è mezza. A quest'ora si dice "buonasera"». Quindi, accomodante, si rivolge a me: «E lei che ne dice?». Quanto a me non ho alcuna passione per le regole della buona educazione. Taglio corto: «Dico che ognuno fa come vuole». La ragazza torna a concentrarsi sul traffico. Ne approfitto per piegarmi a osservare da vicino un paio di gemelli. Finché la sento urlare qualcosa. Dalla sua postazione sulla porta sottolinea uno scollo, svela un drappeggio, consiglia uno scialle. Tiro un sospiro di sollievo. Suppongo che parli alle clienti in fondo. Invece sta parlando ancora di me. «Ma non vedi che non ascolta nemmeno quello che dico», urla al ragazzo risucchiando l'ultima boccata della sua sigaretta. A questo punto mi volto, dico "arrivederci" ed esco. Una volta fuori mi chiedo cosa è accaduto. Lo sguardo cade sugli striscioni contro gli automobilisti appesi alle finestre. Invitano ad andare piano e agitano gli spettri di bambini morti. Allora mi affretto di negozio in negozio. Ovunque nelle vetrine pendono stracci. Ovunque i prezzi sono innaturali. Ovunque intravedo commesse al telefono. Deduco che l'intero quartiere è abitato dalle streghe.

Commenti

Esistono questi posti anche qui. Ma mi terrorizzano e li evito.

L'unico posto in cui mi affaccio ogni volta che passo al quartiere Monti è uno straccivendolo. Sono sicuro che se gli chiedi che tipo di negozio ha sarà pronto a risponderti 'outlet'. Va tanto di moda, ormai, come termine.
Spero sempre - ma inutilmente - di trovarvi una bella maglietta ad un prezzo ridicolo. Ovviamente so anche che non accadrà mai.

Sì, lo conosco. Il ragazzo che lavora là però è simpatico. E lavora tutto il giorno. Non l'ho mai visto parlare al telefono né appendere sul mio naso il cartello "torno subito". Insomma è un'eccezione. I negozi stregati di Monti invece vendono pochi pochissimi capi dalla consistenza impalpabile di stracci per somme a tre-quattro cifre e hanno commesse/i che spesso sono anche proprietarie/i e che stanno al telefono di malumore tutto il tempo e sbuffano se ti vedono entrare. Sono stregati perché ciononostante la gente come me timidamente entra e magari compra pure qualcosa.

Streghe, o forse semplicemente la sgarbatezza dei commercianti milanesi che, nella ricorrenza di qualche giorno fa, è dilagato oltre Porta Pia. Streghe però io ne ho trovato nelle botteghe di Calcata, Genzano, nelle fattorie di Arce ed Arpino. Di fattucchiere tra le operatrici dell'artigianato finto-solidale, le sodali delle compagnie teatrali d'avanguardia tra Introdoco, Guardia Sanframundi e Tagliacozza, le arpiste lucane e le, pur rare, stiliste molisane, ce n'è a bizzeffe. Da Melfi, Venosa, Acerenza e Gerace, poi, sciamano sino alle Università del Nord, interi stormi di stregatte, per frequentare i corsi di filosofia morale, procedura penale, lingua e letteratura tedesca. Di solito finiscono per riciclarsi nell'agopuntura, le tisanerie, le traduzioni tecniche.

a me piacciono le streghe, sono autentiche a loro modo...

Il guaio e' che i proprietari dei negozi preferiscono risparmiare ed assumere una commessa incompetente e maleducata piuttosto che una professionista, piu' costosa ma senz'altro maggiormente qualificata e adatta al rapporto con i clienti:una brava commessa ti vende anche l'immondizia.

aiuto.

Adesso parlare di professionalità per una commessa mi sembra un po' una esagerazione. Io mi accontenterei di gentilezza e discrezione.

alle commesse maleducate impongo il mio imperio, quello della compratrice -che mai nulla comprerà-
e se qualcuna mi vuol convincere di qualcosa -a me, che mi fido solo dei miei occhi- sarà premiata con QUEL sorriso e QUEl grazie.


where are you? Fatte sentì

Cosima

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