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Eclissi di luna. Mercoledì, 28 febbraio 2007 - Roma. Filippo sostiene che andare a due party è molto più divertente che andare a uno soltanto. Così siamo stati a pranzo nell'appartamento appena ristrutturato di Alberto e Giulia, che tuttavia pare vogliano rivendere al più presto, e a mezzanotte siamo passati da Vittoria. La festa era al terzo piano, l'ascensore era di legno con il divanetto, la casa era un museo, lei era sorridente, gli invitati erano tutti in procinto di lasciare il lavoro e la città. Qualcuno si era già traferito. Chi nel Chianti, chi a Palermo. Qualcuno aveva tirato fuori una dimora di famiglia a Cava dei Tirreni ed era partito senza battere ciglio. Che dire? Nessuno che abbia passato i trent'anni sembra soddisfatto della propria vita. Molti vorrebbero un lavoro migliore. Tutti vorrebbero più soldi. A proposito, da Alberto si è parlato di affari. Sembra che sia possibile acquistare una partita di ostriche surgelate della Nuova Zelanda. Un container da duecentomila molluschi, da rivendere alle navi dalla crociera, verrebbe centoquarantamila euro. Potrebbe essere una svolta. E se si spezza la catena del freddo? Giovedì, 1° marzo 2007. Non ho chiuso occhio. Ho ricevuto un'e-mail dal mio responsabile che mi informa che le brevi notizie che scrivo insieme con un collega tra breve non saranno più pubblicate. Ovviamente siamo già esclusi dagli altri progetti in corso. Venerdì, 2 marzo 2007. Potremmo andare a Sankt Moritz, almeno per qualche giorno. Isabella ha trovato un appartamento privato. Non saprei se è più chic, come dicono, ma certo è più discreto di un albergo che ha l'inconveniente delle stelle e le cameriere che ti svuotano i portaceneri. Filippo ha riso quando ha sentito che sua madre si è offerta di prestarci l'autista. Nel caso avrò bisogno di tre abiti, di cui uno da sera. Sogno di comprarne uno lungo e giallo. L'altra notte ho sognato che andavo in gita in un paese turco senza abitanti e con gli edifici di sabbia. Sulla piazza era stato allestito un teatro alla rovescia. Per guardare lo spettacolo ho dovuto farmi strada tra le quinte. Finalmente, dietro l'ultimo fondale, ho trovato un saltimbanco. Poco dopo sono arrivati Paolo Mieli, Ezio Mauro e Camilla Baresani. Discutevano del caso di una scrittrice francese, sposata con un politico, che recentemente aveva pubblicato un libro razzista. Non ricordavano il nome e allora gliel'ho suggerito. Nello stesso momento sono stata richiamata dagli altri ai miei doveri di gitante. Sabato, 3 marzo 2007. Chiunque ha presente lo scalone del sistema pensionistico. A Ballarò lo tirano fuori a metà di ogni puntata. Esiste anche uno scalone nei prezzi dei beni voluttuari. Un abito da mezza sera, per esempio, può costare fino a cinquecento euro o oltre millecinquecento. Perciò ho vagato tutto il giorno inutilmente, con il casco sotto il braccio, mangiando mandarini per tenermi in piedi. Come se non bastasse ho perso un guanto. Sembrava da boxe, ma era di pelle morbidissima. Mentre lo cercavo su e giù per il centro ho incontrato Lisetta che aveva appena visto un appartamento a Monti. Vogliono quattrocentoquarantamila euro per trentacinque metri quadri. Abbiamo convenuto che sono matti. Alle otto sono andata con Filippo in un bar di Ponte Milvio. E' quel posto che ha le sedie di leopardo, i candelieri, i tappeti rossi e gli avventori con le facce da commercianti di abbigliamento. Evidentemente ho un conto aperto con i commercianti di abbigliamento. In compenso avevano il Sassicaia alla mescita. Sono cose che succedono soltanto a Ponte Milvio. Durante l'aperitivo Andrea ha proposto di metterci a organizzare conferenze per John Gray. E' il medico dell'amore, quello de Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere. Clementina, invece, ha descritto i gusti e le abitudini di suo fratello. Ha la tessera di Forza Nuova, il suo film preferito è Quadrophoenia, ascolta gli Statuto e cita ogni minuto Julius Evola. Più tardi loro sono andati a teatro e noi a mangiare un boccone in Via del Boschetto con una compagnia di messinesi. La conversazione è caduta sul vulcano di Stromboli. All'uscita tutti erano con il naso all'insù per l'eclissi di luna. Leopoldo ha mandato un messaggio informandoci che la prossima è tra un quarto di secolo e che quindi lui non la vedrà. Gli ho risposto di non credere a tutto quello che annunciano alla radio (lui non ha il televisore). Gli ho assicurato che, anche se ho trentatre anni, di eclissi di luna ne ho già viste abbastanza.

14/03/07 | Permalink | Commenti (2)

Mi dimentico di me. Sospetto di essere sul punto di una depressione e allora prendo qualche precauzione. Mi sveglio presto. Mi vesto in modo inusuale. Annodo una cravatta su una camicia con le maniche a palloncino. Tiro fuori un paio di stringate col tacco. Prima di uscire infilo nella borsa due matite e un blocco da disegno, tre bustine di tisana alla menta, un pacchetto di seitan. Smetto di preoccuparmi di cambiare l'olio alla vespa. Smetto di preoccuparmi di pagare le bollette. Carico la sveglia e la metto sulla mia scrivania in redazione. Ogni volta che suona esco nel corridoio. Saluto un collega a turno. Oppure faccio un salto in profumeria. Compro una scatola di eau d'énergie. Studio il mio viso e il mio portamento in una cabina delle fototessere. Cerco un paio di orecchini ai grandi magazzini. Ascolto in cuffia i dischi pubblicizzati sui blog. Per il resto scrivo notizie di poche righe. Fisso il soffitto. Mi mangio le unghie. Un pomeriggio prendo il coraggio a due mani e decido di andare al cinema. Opto per una commedia in lingua originale. Sprofondo nella poltrona. Mi dimentico di me. Mi preparo a una settimana mondana in Svizzera. Vado anche Cortina. Vado a pranzo allo Sci Club. Quando torno giro in bicicletta con la pioggia. Mi lascio abbracciare da Filippo davanti allo specchio. Dimezzo gli spritz. Bevo acqua dal rubinetto. Non parlo più.
Cfr. Robba/style/it

21/02/07 | Permalink | Commenti (7)

Allegramente triste. Sembra che non esista un posacenere migliore delle bucce di mandarino. Peccato che abbia smesso di fumare e senza motivo. Sono a un dinner party e mangio un mandarino appoggiata a una colonna. Prendo nota delle conversazioni degli altri. Ogni tanto scatto una fotografia a una chilometrica Riccarda, davanti a un armadio laccato di rosso, o al padrone di casa che accende una sigaretta dopo l'altra tra quattro o cinque donne sconosciute. Poi è tardi, sono le tre. Alessandra, in ascensore, portando via le stoviglie prestate per l'occasione, sostiene che senza servitù non c'è cultura. Piove sulla Capitale e i sampietrini sembrano di liquirizia. Torno nel mio appartamento. Apro il divano-letto della cabina di comando. Nella notte il palazzo taglia le chiome degli alberi di Vill'Ada come le onde dell'oceano un transatlantico. Mi sveglio presto, ma non mi alzo. La domenica è allegramente triste. I miei amici sono tutti blogger del primo periodo, gente in gamba ma sorpassata come me. Passeggio con loro nel caldo grigiore di San Lorenzo, dalla fabbrica di cioccolato all'unica trattoria aperta. Annalisa contesta alla proprietaria il piatto del giorno, abbacchio e peperoni, che, a suo dire, sembra una barzelletta.

08/02/07 | Permalink | Commenti (7)

Un teschio dark ma primaverile. Da qualche giorno dormo sul divano. La camera da letto aveva un trucco. Come quelle scatole in cui i prestigiatori mettono le assistenti dalla chioma purpurea prima di infilarci le lame. Domenica mattina apro gli occhi e vedo il cielo entrare in salotto. L'appartamento ha la vista di una cabina di comando. Preparo un caffé d'orzo e leggo Robert Walser. Filippo viene fuori dalla doccia e mi dice che la meritocrazia è per metà un'utopia. Chi infine conquista una posizione spesso preferisce un affabile a un meritevole. Concludo che Filippo è un filosofo tascabile come una garzantina, ma vado a vestirmi che ho fretta. Prendo l'ascensore, scendo le scale, cammino per le strade dei Parioli. Porto stivali flosci e una giacca asimmetrica con i ganci. Passo davanti al ferramenta chiuso, a una signora con due fili di perle e un fox terrier. Scatto qualche fotografia alla fermata del tram. Un aereo sopra di me disegna un teschio dark ma primaverile.

17/01/07 | Permalink | Commenti (12)

Con un giorno di ritardo. Ho seppellito il cadavere dell'anno scorso. Passeggiando, all'imbrunire, ho recitato l'elogio funebre. Nell'ultima fotografia porto le lenti a contatto e tengo in mano una vanga. Difficile provare sensi di colpa. Per mesi ho camminato avendo la sensazione di incontrare sempre lo stesso distratto paesaggio. Finché mi sono risvegliata piena di lividi in una scarpata. Così seguo la cronaca nera del telegiornale, la sera del trentuno dicembre, mentre Filippo gioca a golf in salotto e Mario, disteso su un divano, guarda il soffitto. Quando finisce apro il Bollinger. Quando finisce anche il Bollinger apro la porta ed esco nel quartiere abbandonato dagli abitanti e invaso dalla nebbia. Qualcosa lampeggia nel buio tra gli alberi di Vill'Ada. Faccio un cenno alla scorta dei vicini rimasta a guardia del palazzo vuoto e visitato dalle ombre. Roma è stregata. Percorro la strada deserta dai Parioli a San Lorenzo fino a Monti. In centro metà dei ristoranti sono chiusi, l'altra metà ha menù fisso. Brutti turisti mangiano panini seduti sui marciapiedi. A Santo Stefano, invece, perdo i sensi. Napoli è un sepolcro fiorito di corone che si chiude sopra di me. Scivolo giù dalla sedia, tra mostaccioli, frutta secca e carte del mercante in fiera, in un abisso profondo trenta centimetri e lungo cinque secondi. Alla Vigilia mi perdo nel Borgo, dove uno spumante costa un euro, e al mercato della Pigna Secca, tra capretti condannati a morte e impiccati nelle vetrine dei macellai. Il giorno dopo sono in piedi controsole sul lungomare e cerco un tavolo per l'addio. Il duemilasei è in coma irreversibile. A Capodanno alla televisione danno un film di Natale. Pranzo con Filippo, in ginocchio davanti al tavolo basso, bevendo ancora champagne e tirandomi su i cuissards. Più tardi, a proposito di anni che passano, concludo che nascere negli ultimi trenta anni di un secolo sia in definitiva un vantaggio. Pierre Bonnard, che era nato nel 1867, muore nel 1947, a metà del secolo successivo. E così Henri Matisse, che vive dal 1869 al 1954 e cambia drasticamente la sua pittura. Alla mostra su Matisse e Bonnard, al Vittoriano, indosso un paio di occhiali. E' soltanto un prestito di un amico, ma rappresenta una svolta nella mia carriera. Mi convinco che è possibile vedere anche da lontano. Sono subito affascinata dalla prospettiva di potere scorgere cose e persone anche da una certa distanza e con più discrezione. Vago per le sale tra le colonne godendomi il museo nel museo e quello fuori dalle finestre. Filippo dichiara di sentirmi finalmente più presente. Nel frattempo i bar della Capitale hanno tirato su le serrande. Festeggiamo seduti a un bancone ordinando spritz e cavolfiori fritti con un giorno di ritardo.

04/01/07 | Permalink | Commenti (13)

Una catena di caffé condominiali. Le settimane si sovrappongono. I giorni sono tutti uguali. Senonché è di moda essere magri, cattivi, poveri, oltre che depressi. Così mangio soltanto pane azzimo. Per cena bevo brodo caldo. Qualche volta faccio un salto al noodle bar nel sottopassaggio della stazione e mi godo la vista sulla scala mobile. Finalmente mi stanno gli abiti da sera dei miei diciotto anni. E la commessa del negozio di vestiti usati mi passa soltanto pantaloni extra small. Finalmente lavoro in una stanza solo per me. I miei colleghi scappano via per i corridoi se sentono la mia voce. Anche i pedoni, se giro in vespa, hanno paura di me. Di notte, soprattutto, sono gelida. Il mio fidanzato mi sveglia per accertarsi che non sia morta. Dormo molto. Le mattine sono nebbiose al principio e poi assolate come mai in autunno. Non piove più. Dalla finestra della nostra camera da letto posso osservare gli alberi come gioielli in una vetrina. Per il resto non ho più gioielli. Sto vendendo il mio guardaroba all'asta su internet. Anche il mio credito telefonico è terminato. Ora non ascolto musica, non leggo libri, non vado al cinema. Alla televisione guardo soltanto i programmi di informazione politica. Trascorro le serate con Filippo in un pub frequentato da studenti di sinistra. Sfoglio i loro giornali. Sogno di mettere su una catena di caffé condominiali, nelle cantine o nelle mansarde, dove gli inquilini possano andare senza dovere uscire dal palazzo. Per il resto, non sogno niente.

04/12/06 | Permalink | Commenti (12)


Cfr. www.robba.net/swamp

02/11/06 | Permalink | Commenti (10)

Caccia al tesoro. Come in un vortice, dalla terrazza di Trinità dei Monti fino a Piazza di Spagna, scendo le scale dell'Hassler alla ricerca di un paio di calici per lo chablis ghiacciato che nascondo dietro la schiena. Ondate di americani, giovani biondi come leoni con il gilet e la cravatta di lana e modelle con le scapole strette negli impermeabili, mi spingono indietro mentre sollevo un braccio per fermare Alberto e la gazzella che lo accompagna. La gazzella ha degli splendidi orecchini di diamanti ma commette subito l'errore di rovesciare il suo bicchiere sui pantaloni a vita alta di un rapace. Una goccia, per la verità, finisce anche su uno dei miei guanti di vitello candido e, fino a quel momento, immacolato. «C'è troppa gente a Roma, soffoco», sussurro ad Alberto. Concludiamo la caccia al tesoro ed entriamo nella toilette del terzo piano. Filippo si studia la frangetta allo specchio. E ammette: «Ultimamente sembro un barboncino». Alberto tira fuori dalla tasca del sapone di Aleppo e si lava la faccia e le mani. Quanto a me tengo una lezione sullo chablis. Quando usciamo la percentuale di americani è aumentata. E' difficile stare in piedi in un punto senza che qualcuno ti chieda gentilmente di passare o spostarti in inglese. Filippo butta all'aria il piatto quadrato nel quale un bisonte seduto al bancone del bar stava arrotolando i suoi spaghetti. Alberto, suppongo per farsi perdonare, mostra al direttore dell'albergo un abuso edilizio che potrebbe risultare un gioco da ragazzi. Cinque minuti dopo riemergo e risalgo il fiume controcorrente. Con una mano mi tengo alla ringhiera, con l'altra trascino Filippo. Esco all'aperto tra i turisti e i venditori di rose. E' una serata umida. Osservo i vigili che si avviano distratti verso Villa Medici. Poi accendo la Vespa e parto dritto per il Pincio. Attraverso i viali pedonali di Villa Borghese. Filippo copre il faro davanti con il Corriere della sera e mi guarda con invidia. Da tempo aveva in mente la stessa infrazione.
Cfr. Hassler

19/10/06 | Permalink | Commenti (27)

Farmi accarezzare dalle tenebre. Tre volte alla settimana faccio yoga. Dichiaro solennemente che non frequento uno di quei posti lussuosissimi da trecento metri quadri con il parquet, i mobili feng shui, il giardino zen e le candele profumate. Uno di quei posti, insomma, dove ti accolgono donne esili dagli occhi intensi firmate Stella McCartney da capo a piedi e del tutto prive di sense of humor. Frequento, invece, un appartamento scrostato al terzo piano di un palazzo fascista, all'epicentro esatto di un quartiere ministeriale, uno di quei posti con una sala per la meditazione, due spogliatoi dove nessuno ha il coraggio di lasciarci il portafoglio e un corridoio dove è vietato parlare. Negli orari previsti l'appartamento si riempie di esseri umani di ogni forma e dimensione, ognuno vestito di bianco e in attesa della lezione tenuta da maestri di mezza età, ma carismatici ed energici, anche se ugualmente privi di sense of humor. Molti sognano di riuscire a sedersi nella posizione del loto, prima o poi. Qualcuno, come me, ha altre ambizioni. Telecinesi, levitazione, ubiquità, per cominciare. Con il discorso dell'ubiquità ho convinto Vittorio, che per seguire le sue centrali eoliche fa la spola tra il Monferrato e l'Andalusia. Con quello della telecinesi, invece, ho persuaso Filippo, che dopo dieci ore di lavoro non ha voglia di cercare il telecomando per epurare Michele Santoro. Alle otto, dunque, in fretta e furia, a qualunque punto sia quello che sto facendo, raccatto libri, mantella e giornali, metto il telefono rosso con la farfalla e il lettore mp3 nella borsa fatta all'uncinetto con le linguette delle lattine, prendo la sacca con il mio completo di Stella McCartney e mi precipito fuori dalla redazione. Alle otto è buio, in ottobre. Ogni volta che spengo il neon, apro la porta a vetri ed entro in una di queste serate ancora vellutate ma buie di ottobre mi sembra impossibile. Le mattine sono investite da una luce così candida che pare di essere in alto oltre le nuvole. E invece la notte è pesta e tenera come l'occhio nero di un menscevico durante la rivoluzione. Le lezioni di yoga durano un'ora e mezza. Al termine, come recita il mantra, la mente è calma e rilassata e il corpo è sempre più sano. In pratica, dopo essermi rivestita, avrei voglia soltanto di andarmene a letto. Senonché, puntualmente, all'uscita mi trovo davanti quel buio di velluto. Finisce che, anche se non è proprio l'ora, vado a prendermi un bloody mary al Duke, dove peraltro non si è mai visto un solo cameriere che sappia fare il bloody mary e tutti, camerieri e avventori, hanno quell'espressione da absolute begginers che ha la gente quando finisce fotografata su Parioli Pocket. Quel locale, insomma, ha decine di svantaggi e l'unico vantaggio di una vista panoramica sulla notte di Viale Parioli, e non soltanto dai tavoli, ma anche dal bancone. Che poi significa che, fintanto che il mio bloody mary è ancora là e non lo beve nessuno, posso ancora farmi accarezzare dalle tenebre.

12/10/06 | Permalink | Commenti (12)

I fatti di Ungheria. Al mattino leggo sempre un capitolo di Guerra e pace. Lo tengo sotto il cuscino ricamato, come un vangelo. Questa settimana, purtroppo, non è cominciata nel migliore dei modi. Nataša ha sbagliato, ha sbagliato anche la principessina Marja e, come se non bastasse, ora sta cadendo in errore anche il principe Andrej. Il mio futuro prossimo ne sarà profondamente influenzato. Qualche giovedì fa, per esempio, ero al Circolo degli artisti, all'entrata del concerto dei Veils, tra la folla di ammiratori con le giacche abbottonate e i capelli a caschetto. Non fumavo. Parlavo dei fatti di Ungheria con Alberto e Filippo. A un certo punto quest'ultimo si è allontanato da noi ed è andato verso il buttafuori con uno sguardo colmo di disprezzo. Il buttafuori, senza motivo, non aveva lasciato entrare un uomo dall'accento rumeno che pure aveva pagato il biglietto e, quando questi pacificamente aveva protestato, gli aveva sferrato un pugno in pieno volto. Filippo, che aveva osservato la scena in silenzio, è intervenuto a favore dell'uomo e contro il buttafuori, manifestando la superiorità di chi fa seguire alle parole sulla democrazia e la libertà anche i fatti. Quel giorno, neanche a dirlo, avevo letto una pagina bellissima. Così è andata anche lo scorso finesettimana. Dopo il matrimonio, celebrato in una parrocchia congolese, gli sposi e i testimoni hanno dovuto restituire gli arredi sacri prestati da una chiesa vicina. Verso le sei di sabato pomeriggio, dunque, dopo la cerimonia con i canti tradizionali, il piccolo corteo attraversava le strade del centro con sedie e inginocchiatoi in spalla. Alberto immortalava la scena con la sua Leica. I turisti applaudivano a bocca aperta. Quanto a me guardavo in alto stando attenta a non inciampare nella mia gonna-pantalone. Un vento settentrionale aveva spazzato via le nuvole a forma di colomba e il cielo era di un azzurro profondo. Ricevendoci nella sua grande chiesa, tuttavia, il parroco vicino non nascondeva il disappunto per la scelta di celebrare un matrimonio alla maniera degli africani. Mentre manifestava quella opinione, gli occhi di Filippo andavano in fiamme.

09/10/06 | Permalink | Commenti (6)

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