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Oriana Fallaci. Ieri pomeriggio mi trovavo alla Stazione Termini quando improvvisamente ho capito chi sono. Ero in piedi sulle scale mobili, scendevo nei sotteranei, andavo a comprarmi del riso al vapore da Wok, lasciandomi alle spalle un enorme schermo pubblicitario, quando in basso ho visto una vecchia dal corpo di adolescente che leggeva il giornale seduta su un carrello. Con ogni probabilità era una barbona. Migliaia di rughe le solcavano il viso. Un paio di pantaloni maschili le conferivano una discreta eleganza. Aveva l'aria di una donna intelligente per l'attenzione che metteva nella lettura di un articolo che doveva risalire a molti mesi fa. La sua attenzione, in verità, brillava come una pepita nel fiume di passanti che le scorreva intorno. E tuttavia a destare il mio interesse era soprattutto il disprezzo di ogni debolezza che supponevo in lei. Mi faceva pensare a Oriana Fallaci, per la quale peraltro non ho mai nutrito alcuna stima in passato. Mi faceva venire in mente Oriana Fallaci che fumava e scriveva a macchina chiusa a doppia mandata nella sua casa di New York. In quel momento, mentre le scale mobili mi portavano negli inferi, ho rivisto il comportamento che ho avuto negli ultimi anni. Ho rivisto le discussioni al lavoro, la mia posizione sempre più isolata, la mia timidezza e la mia aggressività, la mia proverbiale antipatia. Ho rivisto anche la mia vita privata. Ho capito la mia difficoltà ad adeguarmi alle maniere, buone o cattive che siano, non per uno spirito di rivolta che in me non esiste, quanto piuttosto per pudore e per pigrizia, il pudore e la pigrizia di non fare e non dire quello che non intendo fare e non intendo dire, e viceversa. Ho riflettuto senza attribuire a queste riflessioni alcuna particolare importanza. Allo stesso tempo, però, ne ho tratto un bilancio. Non è vero che non ho nulla da perdere a essere quella che sono. Credo, però, di non avere nulla da guadagnare a non esserlo. Qualche minuto dopo mettevo un euro e trenta per il mio steam rice sul bancone illuminato e me ne tornavo in redazione. Non ero esattamente felice. Provavo, invece, un senso diffuso di divertimento. Mi divertivo al solo pensiero delle facce che avrebbero assunto i miei colleghi [oh sì, cameratescamente maschi, nda] ogni volta che, come ho sempre fatto, ma stavolta non con colpa ma con dolo, avrei pronunciato ad alta voce quello che mi passava per la testa. Mi divertivo al solo pensiero dell'andamento che avrebbe preso anche la mia vita privata dopo tale risoluzione. Attraversavo da sola quelle strade affollate di facce straniere e trovavo la mia solitudine come al solito molto confortevole.

06/10/06 | Permalink | Commenti (6)

Vita di quartiere. Piove sui Parioli. Ogni tanto mi volto verso la finestra e guardo negli occhi settembre. Continuo a leggere. All'ora del té squilla il telefono. E' Fersen. Per mezz'ora mi parla di critici letterari che non conosco nemmeno di nome. Per il resto del tempo si dilunga sul Cristo morto del Mantegna. Soltanto per inciso mi informa che sta uscendo con la moglie del suo ferramenta. Un tipo raffinato, dice Fersen, una che fa la cacciatrice di stili e tendenze e passa metà dell'anno oltreoceano. L'argomento mi cattura, finalmente. Metto via gli articoli che stavo sottolineando a matita. «Ti ha detto mica qualcosa, in proposito?», domando. Da quando ho visto La bella di Lodi in dvd parlo più o meno così. «Sì, certo», risponde il vecchio reticente Fersen. Come se la sua reticenza fosse un diritto acquisito. Fersen, in breve, è un trentaseienne dalla testa ricciuta e la pelle diafana e al telefono può tenere interi convegni, ma a patto di non fargli domande. Fosse pure la più inoffensiva delle domande. «Dove sei?», gli ho chiesto la settimana scorsa, sentendo dei clacson e delle risate e non il silenzio spettrale del lago sul quale ha passato l'estate. «Percorro un viale alberato», replicava, prima e dopo una lunga pausa studiata. Evidentemente era tornato a Milano. Quanto a me, invece, ho un debole per le risposte. Mi riesce anche difficile non rispondere particolareggiatamente. «E allora?», domando. Fersen tace come la tomba del suo omonimo svedese. Eppure una risposta mi tornerebbe comoda. Mi aiuterebbe a risolvere il classico cruciverba autunno-inverno. E poi, lo confesso, sono stanca di comprare in continuazione capispalla, lustrini, ghette e stivali ed essere costretta a venderli all'asta il mese dopo. Non voglio più niente. Mi accontento della maglietta e dei jeans che indosso. Adatti alle giornate piovose davanti allo schermo che sfarfalla. Un lusso, addirittura, nelle serate in cui, con in mano una caipiroska e un cavolfiore fritto, si discute prevalentemente di un cialtrone. «Ebbene, ho delle notizie», interviene all'improvviso Fersen, come se mi stesse ascoltando. E' così che il vecchio Fersen, dimentico della sua solita reticenza, mi racconta particolareggiatamente che la moglie del suo ferramenta, con cui sta uscendo da qualche tempo e che, di professione, fa la cacciatrice di stili e tendenze oltreoceano, è convinta che in futuro, forse per quest'anno, forse per gli anni a venire, faremo soprattutto vita di quartiere.

15/09/06 | Permalink | Commenti (13)

L'azzurreggiare dell'infinito. Oggi ho l'animo del principe Bolkonskij quando, ferito in battaglia dai francesi, caduto supino, si accorge che nulla importa tranne l'azzurreggiare dell'infinito, che vede per la prima volta. Passo sotto gli ippocastani con la Vespa, mi allontano. Osservo i miei compagni, pedoni e automobilisti, come andassero in guerra o, viceversa, fossero appena tornati alla pace. Il cielo sulle nostre teste, sulla città prigioniera nel traffico delle undici, è di un azzurro polveroso che agli altri niente lascia intedere oltre il fumo dei gas di scarico e la foschia. E invece con me discorre. Le mie giornate, ora che sono tornata, sono ognuna diversa. Al mattino non saprei mai indovinare il mio destino. Trascorro quasi tutto il tempo da sola nel mio studio. Talvolta dimentico la mia voce. Per quel che vale sono così assorta che spesso dimentico di alzarmi per prendere un bicchiere d'acqua o sgranchirmi le gambe. Dopo il lavoro, passo sempre in qualche posto. Incontro persone tra le più diverse. E tuttavia, anche se sono diverse, dicono le stesse cose. Chissà perché, mi chiedo, le persone che conosco hanno la medesima opinione su qualsiasi argomento. L'altra sera, per esempio, ero al Caffé Fandango e mi è venuto in mente Thierry Meyssan, quello della teoria del complotto sull'Undici settembre. Penso che sia un cialtrone. «Suvvia, è un cialtrone», ho detto. Sono stata circondata da un esercito. Queste persone gentili e intelligenti erano al mio tavolo a versare l'una all'altra vino bianco. Erano la maggioranza, avevano scienza ed esperienza, occhi sfavillanti e ottimi cavalli. A me non restava che abbandonare la prima linea e fuggire indietro disordinatamente. Andare fuori a fumarmi una sigaretta. E tuttavia, per quello che vale, ho quasi smesso di fumare. L'alcol e il fumo per me non vanno d'accordo. E io, ultimamente, bevo troppo. Bevo al supermercato. Quello di Viale Parioli, che comunque chiude tardi. Insomma, se il sole è tramontato, potreste trovarmi tra gli scaffali vestita come una piccola principessa russa e con un vodka tonic tra le mani. Sto seguendo Dolòchov e Denìsov che a loro volta fanno rifornimento di rum, menta e soda. Spesso mi fermo al banco pescheria. Poche persone mi rallegrano più dell'uomo del banco pescheria, di statura minima e con grandi occhi grigi, che gracchiando al microfono invita a provare la qualità delle offerte. Somiglia un poco al capitano Tuscin. Cosa altro? I miei capelli seguono l'andamento generale della campagna d'Austria. I miei parrucchieri si sono moltiplicati e mi aspettano ogni martedì in punti diversi dell'atlante. Lancio una monetina e mi siedo su una poltrona di Monti, Parioli, Trastevere o Campo dei fiori. Nel finesettimana controllo la posta elettronica scegliendo da un piattino dorato i frutti di bosco che pago con la carta di credito per quanto mi costano cari. E mi nutro anche di cavolfiori fritti che trovo in quantità industriali all'Osteria della Frezza. Disegno ancora vignette. Ascolto dischi di cui non conosco né il titolo né l'autore e spesso nemmeno la persona che me l'ha consigliato. Mi figuro Pier Ferdinando Casini che esce dal suo palazzo con un abito in spalla per volare a Teheran da Mahmud Ahmadinejad. Mi figuro lo zar Alessandro che, non sentendosi bene, siede sotto un albero e si copre il viso con la mano. Mi dispero. Poi, come per la prima volta, alzo gli occhi e vedo il cielo alto. Non c'è niente, niente al di fuori di esso.
Cfr. Guerra e pace

14/09/06 | Permalink | Commenti (9)

Sullo Stretto di Gibilterra. Arrivammo a Tangeri molto tardi, dopo un giorno di viaggio in treno, un treno che aveva percorso con ineguagliabile lentezza l'unico binario della ferrovia dalla stazione petrolifera di Sidi Kacem alla costa mediterranea, compiendo decine e decine di soste nel paesaggio brullo, con i passeggeri che saltavano giù al buio tra le sterpaglie e attendevano a lungo un fischio. La ville nouvelle era paralizzata dal traffico, una enorme colonna di automobili e petit taxi sotto i fuochi d'artificio in onore del giovane re, Mohammed VI. Esausti, con le valige in spalla, attraversammo il lungomare, una spiaggia illuminata su cui affacciavano pensioni per famiglie e alberghi di lusso, alla ricerca di una camera con bagno e acqua calda. Non trovammo che un appartamento di alcune stanze in Rue Marco Polo. Era una suite da mille e una notte ed era arredata in modo disgustoso, con tanto di finto camino e mobili di campagna. Il bar di sotto non era da meno. Avevo appena ordinato una birra, la prima dopo una forzata astinenza, quando mi resi conto che era pieno di puttane e uomini in vacanza. Mi colpirono alcune donne col velo che sedevano con il padre o il marito mentre la ragazza con i pantaloni a vita bassa intratteneva il cliente al tavolo accanto. Mi colpì un vecchio con la stampella, che beveva acqua tonica in compagnia di un uomo in giacca e cravatta e di due adolescenti vestite in modo molto dimesso. Tornai su, mi spogliai, feci il bucato, mi lavai i denti. Faceva caldo. Ero in Africa da settimane ed era la prima volta che l'aria era umida. «In fondo, fa caldo come da noi», urlai a Filippo. Non ebbi risposta. Andai di là. Aveva acceso il televisore. Si era perso tra le migliaia di canali in mano ai predicatori islamici con la barba. Mi infilai una camicia che avevo comprato alla Maison Arabe, giù a Marrakech. Mi sfilai le ballerine d'argento. Mi buttai sul divano. Soltanto allora Filippo si voltò a guardami. Non chiusi occhio. Passai delle ore a chiedermi quale fosse la strada più breve per il ritorno. Gli aerei per Roma partivano da Casablanca. L'eventualità di tornare indietro, tuttavia, era sempre stata fuori discussione. All'alba mi accorsi che si stava alzando il vento. La sabbia formava dei piccoli vortici sui marciapiedi. Il mare si andava increspando. O, forse, era l'oceano? Per la prima volta mi rendevo conto che eravamo sullo Stretto di Gibilterra.
Cfr. Appunti dal Marocco

06/09/06 | Permalink | Commenti (2)

Il Mellah di Rabat
Africana. A Rabat alloggiavo in un sordido albergo accanto alla stazione. Non era lontano dal boulervard Mohammed V ed era frequentato principalmente da uomini d'affari. Ero l'unica donna e l'unico cliente a non possedere una ventiquattrore. La mia vita di relazione era ridotta all'osso. Il Marocco, da quel punto di osservazione, sembrava fermo al Settantadue, all'ultimo colpo di Stato. Al mattino telefonavo per la colazione e, per risparmiare sul vitto, non toccavo altro fino al tramonto. Mettevo le uova sode in un cesto di paglia in vista di tempi bui. Mi annoiavo abbastanza. Qualche volta andavo in spiaggia. Nel pomeriggio disegnavo vignette che spedivo a un indirizzo italiano. Oppure mi aggiravo per il mellah, il quartiere ebraico e il più povero, con un foulard di seta sui capelli che avevo lunghi e sfumati di rosso per la polvere di henné, scortata da bambini scalzi che reclamavano la mia Coca Cola light. Compravo mazzetti di menta, farmaci scaduti, chiavi arrugginite e barattoli di sottaceti vuoti. Appagavo così il mio consumismo. Al forte odore di immondizia ormai mi ero abituata. Al ritorno riempivo la vasca da bagno e dalla finestra scorgevo un cielo azzurro carico. Ascoltavo Gil Evans, Hector Zazou, David Sylvian e i Rolling Stones. Rabat mi pareva allora la più classica città africana. Le settimane, bene o male, passavano. Un sabato sera, a un distributore di benzina, mi sembrò di vedere Mario Schifano imbambolato davanti a un vecchio televisore Seleco, sistemato come un oggetto di culto, tra due incensieri spenti. Mario Schifano, naturalmente, era morto e sepolto. Mi domandai se potevo permettermi una breve vacanza. Il martedì successivo, con i diritti di una vignetta finita chissà come su una rivista di moda, prenotai un posto su un aereo per Marrakech. Sapevo soltanto che la città era un'oasi nel deserto ed era la meta preferita dei berberi che la raggiungevano ogni giorno per il mercato. Dunque, al mio arrivo, ne fui fortemente impressionata. Djema El'Fna, scrive Luciano Bianciardi nel suo Viaggio in Barberia del 1968, è il luogo più pittoresco del Maghreb, ma lui - riflettevo in piedi sotto la tenda degli incantatori di serpenti - non aveva visto la piazza di notte, immensa eppure stipata di tavolacci con le lampadine e banchetti fumanti con i pentoloni dove friggono patate, aubergines, alici e dolci alla cannella e fanno bella mostra zampe, teste e lingue di capra, mentre alcune centinaia di berberi arabi francesi spagnoli e italiani (e non altri, come fossero le prove generali per la fondazione di una malaugurata Unione Euromeditteranea), stanno seduti gomito a gomito sotto altre centinaia di occhi che li spiano dalle terrazze panoramiche dei dintorni. Quella scena, come tutte le scene troppo forti, spezzò le gambe della mia fragile creatività. Passai, quindi, altre settimane nella mia camera lercia, contemplando i binari della ferrovia di Rabat alla ricerca di una ispirazione, prima di riuscire a prendere in mano una matita. Una domenica presi il treno diretto a Fez. Filippo mi aveva telegrafato di raggiungerlo al più presto. Al caffé della stazione, aspettando un sandwich au fromage, spiai a lungo quello che probabilmente era un avvocato. Aveva una eleganza da sciacallo, dovuta in parte agli abiti scuri e ai baffi, alla carnagione, alla figura. L'eleganza, a ben vedere, dipendeva anche dal rispetto della regola religiosa che gli imponeva di tenere il panino con una sola mano. All'arrivo trovai il mio amico con la barba lunga e piuttosto dimagrito. Stava facendo un'indagine sulle concerie per un supplemento del suo giornale e aveva un principio di intossicazione. «Cosa ti aspetti da un popolo che produce principalmente babouches?», ripeteva, facendomi strada in un labirinto di vicoli ciechi e fadouk. Per il resto abitava in un riad della medina, una autentica reggia rispetto alla mia recente sistemazione. Quando fummo nella sua suite, chiuse a chiave tutte le porte, e mi raccontò di un antenato che durante una crociata aveva impalato migliaia di mori. «Si chiamava Bardo da Foca». Pensai che delirasse. Era convinto che la sua ospite, una eccentrica cinquantenne che aveva a lungo vissuto a Pesaro e che evidentemente se lo mangiava con gli occhi, ne fosse venuta in qualche modo a conoscenza e, per vendicarsi, non esitasse ad aggiungere acqua contaminata alle sue spremute d'arancia. «L'acqua è piena zeppa di amebe», disse. «Di notte le sento strisciare sotto la pelle». Il mattino dopo mi svegliai di soprassalto. Gli uccelli volavano sotto le volte dorate del palazzo come in una splendida gabbia. La voce del muezzin, che dal minareto della vicina moschea invitava i fedeli alla preghiera, era amplificata dall'ampio cortile con la fontana. Erano le sei ed era come se il muezzin cantasse nel mio orecchio. Così ordinai a Filippo di preparare le valige. Partimmo subito per Tangeri. Era tempo di tornare in Italia.
Cfr. Appunti dal Marocco

30/08/06 | Permalink | Commenti (8)

Partire in fretta in automobile per la campagna. L'estate va come un treno. Soprattutto per chi non è salito a bordo e, piuttosto, è corso avanti. A Tarano, in un pomeriggio di agosto che sembrava settembre, ho temuto di essere travolta. Non è mai una buona idea partire in fretta in automobile per la campagna, soprattutto se in compagnia di un paio di intellettuali. In breve, delusi per non avere ritrovato gli stessi luoghi di quindici anni fa, quando, a sentire i racconti, era parso loro di scoprire per la prima volta gli affreschi e i castelli della Bassa Sabina, costoro hanno provato ad attribuire a me, che fino a quel momento non avevo avuto altro ruolo che quello dello specchio, la caduta degli dei e del loro stesso firmamento. E' stato così che, raccogliendo la menta selvatica davanti alla Chiesa della Madonna della Noce, ho detto: «Ora basta. La stazione più vicina è a Stimigliano». L'aria era luminosa. Camminavo sull'erba con la mia gonna immacolata, lunga fino ai piedi, con almeno venti balze. A tracolla avevo la mia borsa da postino. Ne possiedo una collezione: dovendo comprarne a dozzine di questi orpelli, in ragione della mia natura femminile, e non godendo di appannaggi signorili, da tempo mi sono convinta a puntare su un solo modello, perché sia più facile, nella sventura, vendere in blocco all'incanto o dietro offerta diretta. Nella borsa avevo tutto quello che in questi casi occorre a una gentildonna: il telefono, un taccuino, una matita, la macchina fotografica. Ero pronta, in ogni momento, a cantare le gesta dei miei compagni, fossero state valorose o pusillanimi. «A Stimigliano, dunque», ho ribadito, avviandomi su per il prato. Una volta raggiunta l'automobile ho urlato: «Sono 39 chilometri». I due, che non si erano mossi di un passo, stavolta si sono scambiati uno sguardo d'intesa, alla guisa di una coppia di furfanti. Dopo avermi disarmato e comandato di salire a bordo, hanno ripreso le scorribande. Davanti alla Chiesa dell'Assunta, Filippo, millantando una somma da spendere per un palazzetto, ha trattenuto a lungo il vicepresidente della Pro Loco, rubandogli di frodo la giornata. In seguito, non pago di avere indotto con l'inganno alcuni membri del Centro Anziani a pagargli da bere al bar di San Polo, Leopoldo, fissadolo attraverso i suoi occhiali dalla montatura spessa, provocava invano il presidente, da quarant'anni abbonato all'Avvenire, con la proposta del riconoscimento della vita di un ulivo centenario in luogo di quella di un embrione. Non sorprenderà che, dopo avere saputo dell'acquisto delle case padronali da parte di tanti forestieri e la recente apertura di una scuola cinematografica, si trovassero a ordinare orate e vongole alla trattoria del Santuario di Vescovio. La sera precedente, adagiati sui divani di una terrazza romana, rammentando le fattezze della ragazza che anni fa aveva aperto una a una le dieci stanze che la sua famiglia aveva appena messo in vendita, avevano vaneggiato di condurre in prima persona l'assalto alla Bella Sabina. Ora, invece, delusi l'uno dell'altro per essersi lasciati sfuggire l'occasione, percorrevano quelle valli in lungo e in largo, alla ricerca di un albergo dove ritirarsi reciprocamente. Quanto a me, giacevo in silenzio e, spiando dal finestrino, mandavo a mente.

07/08/06 | Permalink | Commenti (5)

Venerdì, la Capitale
Una proiezione privata. La Capitale non era ancora deserta, ma a momenti lo sarebbe stata. A mezzogiorno ho fatto le scale di Radio Radicale. Ufficialmente per comprare le sigarette. E, tuttavia, non avevo alcuna intenzione di tornare indietro. Ho attraversato il marciapiede del Teatro dell'Opera, ho imboccato Via Depretis. Ho affrettato il passo. Ho preso Via Cesare Balbo. A sinistra, alle spalle della basilica di Santa Pudenziana, il marciapiede era in ombra. Il sole allagava il resto: i portoni, le poche automobile parcheggiate, fino a inondare il muro di cinta del Viminale. Adesso potevo rallentare. Ero in redazione, stavo scrivendo il Primo Piano, quando la tastiera e i miei colleghi sono diventati bianchi. Tuttora rabbrividisco. Il film che avevo davanti era finito con una dissolvenza. Non ho avuto tempo per le spiegazioni. «Dove vai?», ha domandato una voce. «Esco a comprare le sigarette», ho risposto. A ogni modo, non appena sono uscita dal palazzo, mi è apparsa l'insegna del Washington. Ho tirato un respiro di sollievo. Ho affrettato il passo. Camminavo verso Madonna ai Monti, sotto l'afa di un giovedì di agosto, e non ho incrociato nessuno. Ero l'unica passante, ma avevo un'altra sensazione. All'angolo mi sono guardata intorno. Ecco, dunque, le gobbe di Via Panisperna. Una Fiat che saliva faticosamente. Una straniera, forse slava, che passeggiava all'ingresso di Via Urbana. Ho preso Via dei Ciancaleoni, che non ha uscita, eccetto i gradini per Piazza degli Zingari. Ho continuato a camminare. Stavolta potevo distinguere il rumore dei miei sandali capresi. Mi sono chinata ad allacciarli. Mi sono guardata indietro. Un affitasi richiamava l'attenzione su un monolocale. Un gatto grigio si nascondeva dietro a una persiana. Dal primo piano arrivavano le note di un disco di Charles Aznavour. Conoscevo la donna che aveva messo su quel disco. Avrei potuto disegnarla. Il tipo che porta un abito di chiffon stretto in vita da una cintura di cuoio. Si alza dal letto, svita il tappo di una bottiglia di acqua minerale, ascolta Que c'est triste Venise. A Roma ne conosco a dozzine come lei, di ogni nazionalità. L'americana che viveva sulla terrazza di fronte al Circolo degli Scacchi, per cominciare. Ho passato l'estate scorsa ad allungare il collo tra i camerieri che servivano al tavolo tondo. E gli altri che mi chiedevano: «Cosa hai? Non parli». Pensavo a lei e al fatto che ancora una volta avevo l'unico invito per una proiezione privata. Ho attaversato la piazza. Ho attraversato Via dei Serpenti. Sono passata davanti a quella chiesa che non ho mai visitato. Camminavo piano. Con la coda dell'occhio mi guardavo le spalle.

03/08/06 | Permalink | Commenti (4)

Jean-Luc Godard in lingua originale. Poi sono tornata a Roma. Non ne potevo più. La bellezza non può essere assunta in dosi da cavallo. Neanche una settimana, però, e sono partita ancora. Filippo era rimasto a Napoli. Ne ho approfittato per un lavaggio del cervello con Jean-Luc Godard in lingua originale. Andando via, in piedi sul terrazzo con il borsone di cuoio in spalla, ho dato istruzioni alla cameriera. «Chiudi ogni finestra. Magari pioverà». Lei si è guardata intorno. Mi sono chiesta con lei se avessero senso dodici finestre in un appartamento di sessanta metri quadri. Se avesse senso, dopotutto, anche tenere una cameriera. Sono andata in redazione. Nel pomeriggio, sotto un sole che oscillava come un amuleto, ho attraversato Piazza dei Cinquecento. Il treno era in ritardo. Camminavo lungo il binario nei miei pantaloni giapponesi, all'edicola compravo Vogue e Il Corriere della sera, rischiavo di essere investita da un bagaglio, riparavo in un sottopassaggio. Se fossi un dittatore, ho pensato, vieterei le valige con le rotelle. Ciascuno ha il diritto di viaggiare soltanto con ciò che riesce a portare sulle proprie gambe. Avrei potuto fumare. Me ne sono dimenticata. Quando il treno si è mosso ne ho avuto improvvisamente voglia. Mi sono distratta ascoltando la conversazione telefonica di un tale. Era il presidente di una camera penale. I giornalisti continuavano a chiamarlo per ottenere una dichiarazione sulla nomina, avvenuta nelle ultime ore, di un magistrato a una certa carica. Ho finito di leggere Mistero napoletano che non eravamo ancora a Latina. Sono subito saltata alla conclusione che Giorgio Napolitano avesse avuto qualche responsabilità indiretta nel suicidio di Francesca Nobili, se non altro per il suo contributo all'interramento politico di Renzo Lapiccirella. In quel momento è passato il capotreno, visibilmente offeso. Una donna si era lamentata perché la sua carrozza era piena di nordafricani. Lui l'aveva accusata di razzismo. L'avvocato, intanto, aveva messo giù il telefono. Ha spiegato che questo era il suo primo viaggio in treno. «Non ci crederà, ma è la prima volta che prendo il treno». Ho alzato un sopracciglio. Stava per aggiungere che era anche l'ultima, ma ha rinunciato. Così ho deciso che non avevo alcuna fretta. Avevo con me altri libri e i giornali. Filippo sarebbe venuto a prendermi alla Stazione Centrale. Saremmo andati a mangiare un boccone con Emilio alla Pigna Secca. Per l'indomani era previsto un temporale.

01/08/06 | Permalink | Commenti (8)

Robba
Un labirinto letterario. Starsene a Matromania, in questa parte di Capri famosa per la salita ripida e la lunga discesa tra le bouganvillee e i calabroni, al riparo, dunque, dalla mondanità della Piazzetta, è come villeggiare in un altro tempo e in benaltre condizioni. Che corrano gli anni della Nora e del Torvald di Henrik Ibsen, o quelli, più recenti ma altrettanto remoti, della Matilde e del Mario Temistocle Orimbelli di Piero Chiara, la mia sensazione, passeggiando nel giardino di rose e banani o oziando nella gigantesca camera da bagno, è quella di un viaggio di nozze di una coppia di sposi scandinavi o dell'Italia settentrionale. Di certo, da quando sono arrivata, non sono più me stessa. Vivo una vita antecedente, probabilmente usata, appartenuta ad altri e poi lasciata. Quanto alla mia, l'ho persa. Ho cercato dappertutto. Ho rovesciato i cassetti, ho sollevato i materassi. Non l'ho più trovata. Mi accade, per esempio, di avere in mente, in una serata fresca per il maestrale, di salire fino alle Grottelle per osservare le stelle senza la luna e dividere con le mani una di quelle deliziose focacce al rosmarino, e, viceversa, non muovermi di un passo, mentre Filippo serve a me e Sandra due gin tonic sul bracciolo del divano e afferma la superiorità del Monacone sui Faraglioni. Mi accade, d'altra parte, di esprimere più volte l'intenzione di partire per regolare dei conti in città e di non riuscire a chiudere nemmeno la valigia. E non parliamo di mettere piede sull'aliscafo. Mi accade, dopotutto, di leggere ore e ore sdraiata sotto il sole della Fontelina, anche un romanzo al giorno, comprato puntualmente ogni mattina alla Conchiglia, e di confondere amanti, passanti, amici e personaggi, come in un labirinto letterario.

21/07/06 | Permalink | Commenti (12)

Matromania. Ormai, per tre giorni alla settimana, soggiorno a Matromania. L'ho deciso un pomeriggio di maestrale. Viaggiavo in aliscafo verso l'Isola Azzurra. Filippo era più avanti, seduto sul bracciolo di una poltrona. Parlava con un conoscente che aveva incontrato alla biglietteria di Mergellina. Avevano entrambi occhi chiari e camice di lino ben stirate. Quanto a me, stavo leggermente più indietro. Occupavo un posto di una fila da tre per il resto libera. Guardavo Capri avvicinarsi tra le onde e mi sembrava Itaca. Non aveva nulla della cartolina. I Faraglioni, tanto per cominciare, erano ridossati alla mia vista. Così, negli ultimi tempi, quando posso prendo il treno, l'aliscafo e la funicolare. Mi fermo in Piazzetta soltanto per un Negroni. Le boutique e i passanti troppo abbigliati mi danno presto il capogiro. Dunque, ho le mie buone ragioni per sparire per Via delle Botteghe. La strada, c'è da scommetterci, non è carrozzabile ed è in salita. Sale su fino quasi all'Arco naturale. Durante il tragitto i turisti restano indietro, finché si incrociano soltanto i capresi. A volte la valigia pesa sulle spalle. A volte non pesa, per cinque euro la porta un facchino. In un quarto d'ora, comunque, siamo al cancello. Il nostro appartamento ha una vecchia cucina, due camere da letto e un bagno con il neon. Le tapparelle sono verdi, l'intonaco è bianco, come si conviene. I santini sono affissi con punte metalliche alle pareti. Filippo dimentica sempre che siamo in affitto e spesso, tornando a Roma, porta via le chiavi. Lo scorso lunedì, per farsi perdonare, ha dovuto promettere alla proprietaria che, appena possibile, farà potare gli ulivi che nascondono il panorama. Gli ulivi, infatti, appartengono ai nostri amici che stanno lì di fianco, alla Melodica. Loro, che peraltro non hanno alcuna intenzione di potare alcunché, ospitano ogni settimana altri amici, rafforzando inconsapevolmente con il procedere dell'estate la cerchia degli appassionati del culto del Dio Sole. Di sera, noi appassionati, prendiamo la strada di Tiberio, osserviamo Villa Sarah, la Monetella e Villa Moneta, osserviamo gli alberghi persi tra le bouganvillee e candidi desolati sobborghi da isola greca. Proseguiamo quasi fino a Villa Fersen e Villa Jovis sotto la luna piena. Non vediamo nessuno. Mangiamo in una trattoria solitaria, ordinando cianfotta o pollo al mattone, fumando copiosamente e occupando l'unico tavolo. Finiamo a notte alta, ancora alla Melodica, tra le fiaccole, le cycas e la datura, nella villa che sarà celebrata dalla futura letteratura. Gli uomini, con le camicie di lino inamidate, intenti ad arrotolare sigarette. Le donne, in carne e ossa o nei ritratti, con l'espressione pensierosa e l'immancabile foulard.

11/07/06 | Permalink | Commenti (7)

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